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martedì 29 marzo 2011

"RESISTERE"


La salute del sistema Italia non è confortante... I dati forniti nel dicembre 2010 dall'ISTAT descrivono uno svilimento, una mancanza di speranze e un'incapacità di “sognare” della società italiana che evidenzia la crisi di valori nella sfera degli individui, soprattutto nei giovani, nel nostro futuro.
Da tempo sono scomparse le grandi rappresentanze collettive come i partiti di massa, le organizzazioni dei lavoratori e ci ritroviamo una società parcellizzata e “persuasa” dai venti mediatici che da un ventennio ignorano un dialogo nel tessuto sociale per dedicarsi al sostegno della politica aziendale esercitata dal “patron” degli scandali internazionali e dagli scandalucci di casa nostra (e/o cosa nostra) di quest'ultimo ventennio.
Ci ritroviamo quindi con le amministrazioni locali bloccate da un governo centrale che si spaccia per federalista, una Protezione Civile s.p.a. profit, rifiuti urbani, rifiti tossici ed eco-balle super-profit, il Mezzogiorno depredato e con le criminalità organizzate (e non ci riferiamo qui ai partiti di governo) intrecciate ai sistemi amministrativi.
In questo scenario ombroso post-democratico è confortante constatare che c'è chi si è riunito per elaborare un piano di rilancio della nostra democrazia, un piano per “resistere” e superare questa impasse: le assemblee nazionali del PD, i cui punti programmatici mostrano un percorso riformista, progressista e di risonanza europea che risvegli l'Italia alla propria identità.
Avremo occasione di ascoltare e commentare questi progetti nelle sere del 4, 11, 14 e 18 aprile presso il circolo PD di Piazza Colombo a Sanremo. Programma degli incontri. Naturalmente tutti i punti programmatici sono consultabili attraverso il sito del PD Sanremo.
Andrea Bonaveri                                                                                                           

venerdì 4 marzo 2011

I NOMI DEI SENATORI FIRMATARI VIOLENZA SESSUALE "LIEVE" AI MINORI LEGGI, MEMORIZZA, DIFFONDI


LEGGI, MEMORIZZA E DIFFONDI Si erano inventati un emendamento ignobile nel disegno di legge sulle intercettazioni e vi avevano infilato l'emendamento 1.707, introducendo il termine di "Violenza sessuale di lieve entità" nei confronti di minori.
Firmatari alcuni senatori di Pdl e Lega che proponevano l'abolizione
dell'obbligo di arresto in flagranza nei casi di violenza sessuale nei confronti di minori, se -
appunto - di "minore entità".
Senza peraltro specificare come si svolgesse, in pratica, una violenza
sessuale "di lieve entità" nei confronti di un bambino.
Dopo la denuncia del Partito Democratico, nel Centrodestra c'è stato il
fuggi-fuggi, il "ma non lo sapevo", il "non avevo capito", il "non pensavo che fosse proprio così" uniti all'inevitabile berlusconiano "ci avete frainteso".

Poi, finalmente, un deputato del Pd ha scoperto i firmatari dell'emendamento 1707.

Annotateli bene e ricordiamocene:

     
sen. Maurizio Gasparri (Pdl),
sen. Federico Bricolo (Lega Nord Padania),
sen. Gaetano Quagliariello (Pdl),
sen. Roberto Centaro (Pdl),
sen. Filippo Berselli (Pdl),
sen. Sandro Mazzatorta (Lega Nord Padania)
sen. Sergio Divina (Lega Nord Padania).

Per la cronaca:


il sen. Bricolo era colui che proponeva il "carcere per chi rimuove un
crocifisso da un edificio pubblico" (ma non per chi palpeggia o mette un dito dentro ad una bambina o un bambino);
il sen. Berselli è colui che ha dichiarato "di essere stato iniziato al
sesso da una prostituta" (e da qui si capisce molto...);
il sen. Mazzatorta ha cercato di introdurre nel nostro ordinamento vari  "emendamenti per impedire i matrimoni misti";
mentre il sen.  Divina è divenuto celebre per aver pubblicamente detto che "i trentini sono come cani ringhiosi e che capiscono solo la logica del bastone" (citazione di una frase di Mussolini).

giovedì 3 febbraio 2011

"TOGHE ROSSE" E PERSECUZIONE GIUDIZIARIA

di Ugo Genesio
Da anni i sostenitori di Berlusconi e i politici del centrodestra, di fronte alle varie e complesse vicende giudiziarie del capo, compattamente si attestano su di uno sbarramento difensivo basato sull’assunto di una magistratura politicizzata e della persecuzione posta in essere dai pubblici ministeri per sovvertire i risultati delle elezioni e quindi l’espressione della volontà popolare. Questo assunto, ripetuto ad oltranza in ogni occasione come dato incontrovertibile per cui torna comodo talora evitare persino di entrare nel merito delle questioni, non sempre purtroppo viene adeguatamente contrastato da osservatori indipendenti e spesso neppure da esponenti qualificati delle opposizioni. Si tratta però di un assunto completamente infondato, di cui non sembra si percepisca abbastanza la gravissima portata eversiva del nostro sistema costituzionale. Vediamo nel dettaglio i punti su cui fa leva.

E’ in atto uno scontro tra magistratura e governo, o altrimenti detto, fra politica e giustizia.
Del tutto improprio porre la questione in questi termini. La magistratura è un potere (si noti: il termine ‘ordine’ ha un valore puramente storico, come evidenziato dal testo dell’art.104 Cost., per cui “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”, nonché da tutto il complesso della normativa costituzionale) che si definisce ‘diffuso’, nel senso che si articola in una pluralità di organi distinti e indipendenti l’uno dall’altro, fra loro coordinati o subordinati solo funzionalmente. Perciò il singolo magistrato non è “la magistratura”, potendo i suoi atti essere disattesi o annullati da un altro magistrato o collegio giudicante attraverso un sistema di ripartizione di competenze e di svariate modalità di riesame nelle varie fasi, poste a garanzia del cittadino in vista del migliore risultato di giustizia. D’altra parte, il cittadino chiamato a rispondere di un’accusa  che può risultare fondata o infondata ne risponde sempre a titolo personale e non coinvolge affatto l’istituzione o il potere che egli eventualmente rappresenta o di cui fa parte. Il rapporto processuale penale si instaura quindi sempre e solo fra il singolo magistrato (o giudice collegiale) e il singolo cittadino imputato, per cui il coinvolgimento delle istituzioni risulta fuorviante, pretestuoso e meramente strumentale ai fini della polemica politica.

La prova inconfutabile che B. è perseguitato emerge dal gran numero di processi (26 o 36 o 106, secondo le varie versioni) cui è stato sottoposto. 
Posso affermare con cognizione di causa che in 34 anni di servizio nella magistratura mai mi è capitato che il difensore di un imputato invocasse a prova della innocenza del suo cliente il gran numero di processi cui questi si trovasse o fosse stato in passato sottoposto. Se il gran numero di precedenti giustamente non può essere assunto a prova di fondatezza dell’accusa, neppure però può valere come prova della sua infondatezza e indizio di persecuzione giudiziaria nei confronti dell’accusato. Il dato appare di per sé neutro e irrilevante ai fini del giudizio di innocenza o di colpevolezza.

Però finora B. è stato poi sempre assolto da ogni imputazione.
Totalmente falso. Nella maggior parte dei processi finora portati a termine B. si è giovato di cause di proscioglimento indipendenti dal merito delle accuse e dalla loro fondatezza, quali amnistie e prescrizioni agevolate dalla abnorme protrazione dei tempi processuali imposta da lui e dai suoi avvocati con continue eccezioni, ricusazioni di giudici, richieste di spostamenti ad altra sede, rinvii per impegni parlamentari, e così via. A tale esito ha concorso anche il dimezzamento dei termini di prescrizione introdotto con una legge “ad hoc”. Si aggiungono tutte le altre leggi “ad personam”, come il grave affievolimento delle norme in materia di falso in bilancio: in due casi i giudici hanno dovuto pronunciare sentenze di assoluzione perché il fatto non costituiva ‘più’ reato. Nella vicenda di corruzione giudiziaria relativa al cosiddetto “lodo Mondadori”, conclusasi con la condanna del giudice Metta, dell’ex-ministro Previti e di altri due avvocati suoi collaboratori, B. fu prosciolto in virtù della concessione di attenuanti generiche per cui si abbassarono nei suoi confronti i limiti di pena e gli si poté così applicare la prescrizione.

I magistrati hanno iniziato ad occuparsi di lui solo dopo la sua ‘discesa in campo’ in politica.
Falso. B. risulta indagato per traffico di stupefacenti già nel 1983 (vicenda conclusasi con archiviazione). La condanna in appello per falsa testimonianza (poi caduta in amnistia) è del 1989, antecedente di cinque anni alla nascita di Forza Italia. Già nel 1993, un anno prima della sua entrata in politica, la procura di Torino indagava sulla vicenda Milan-Lentini e quella di Milano sui bilanci di Publitalia. Sta di fatto, poi, che le disavventure giudiziarie del ‘premier’ iniziano con le confessioni di un ufficiale corrotto del nucleo di polizia tributaria di Milano sulle somme intascate dalle “fiamme gialle” per chiudere gli occhi sulle verifiche fiscali di Videotime (1985),  Mondadori (1991) e Mediolanum Vita (1992), tutti controlli antecedenti all’inizio della sua avventura politica.

L’intento politico perseguito dai pubblici ministeri si evidenzia già nel 1994 quando B., a capo del governo dopo aver vinto le elezioni, fu fatto cadere con un infondato avviso di garanzia inviatogli durante un vertice internazionale a Napoli. 
Falso. Il primo governo Berlusconi cadde non già per l’informazione giudiziaria fattagli notificare dai magistrati di Milano, bensì per il famoso “ribaltone” della Lega Nord quando Bossi, insoddisfatto per il mancato accoglimento delle sue pretese estremistiche contrastate dagli alleati, AN in testa, gli tolse l’appoggio e passò all’opposizione. Va rilevato inoltre che la vicenda cui si riferiva quella informazione giudiziaria si risolse poi a suo favore in virtù della testimonianza dell’avvocato inglese Mills, poi riconosciuta falsa con sentenza ormai passata in giudicato.

L’attacco abnorme di una parte della magistratura contro B. ha  impegnato per quasi vent’anni centinaia di magistrati, pagati dallo Stato, che meglio avrebbero potuto occuparsi della dilagante criminalità organizzata.
Effettivamente un gran numero di magistrati, fra pubblici ministeri e giudici, si sono dovuti occupare dei processi riguardanti B., ma ciò principalmente a causa della linea ostruzionistica e dilatoria tenacemente perseguita nelle varie fasi dai suoi difensori nell’intento di contrastare il normale svolgimento dei processi. Le ripetute istanze ed eccezioni di incompetenza, incompatibilità, ricusazione, spostamento ad altra sede, proposte e riproposte, ove respinte, attraverso ogni possibile forma di ricorso e di impugnazione costituiscono certo un esercizio del tutto legittimo del diritto di difesa, ma non ci si può poi lamentare dell’alto numero dei giudici così chiamati in causa. In effetti, un provvedimento che impegnerebbe normalmente 2/4 magistrati (pm + giudice unico o collegiale) può impegnarne fino ad alcune decine se la difesa decide di avvalersi di ogni possibile strumento di contestazione, per quanto palesemente infondato. Ed è a questo tipo di condotta difensiva che va addebitato, semmai, il fatto che un certo numero di magistrati sia stato distratto da altri compiti di istituto.   
Comunque, contro B. è notoriamente in atto una persecuzione giudiziaria da parte di alcune procure politicizzate e controllate dai partiti della sinistra.
E’ il falso più grave e grossolano, al limite dell’assurdo. Di fatto, ogni volta che le decisioni giudiziarie non sono andate a favore di Berlusconi si è portato l’attacco alle “toghe rosse”, senza distinzione fra pubblici ministeri, gip, collegi dibattimentali e giudici civili, in primo grado o in appello, fino alla suprema corte di cassazione, con toni ed espressioni che difficilmente si sottraggono alla configurazione del reato di vilipendio dell’ordine giudiziario (art.290 CP) e persino, dopo l’annullamento del lodo Alfano, con riferimento alla corte costituzionale. Possibile che siano tutti rossi, tutti collusi, tutti manipolati dalla sinistra? E’ mai possibile che una categoria di persone tendenzialmente moderate per ‘forma mentis’, fin troppo gelose della propria indipendenza e imparziali per vocazione e per formazione professionale, si sia lasciata condizionare nel suo complesso da una sola parte politica sino al punto di schierarsi compattamente contro un singolo esponente dell’altra parte senza alcuna particolare ragione? E perché poi non anche contro altri esponenti della destra politica? Possibile che, se nei confronti di B. sono stati avviati tanti processi, per nessuno di questi vi sia stata una qualche ragione correlata a sue specifiche condotte nell’ambito delle così estese e molteplici attività commerciali e finanziarie a lui facenti capo?

lunedì 24 gennaio 2011

Il Maestro

Questa nota scritta dal giornalista Claudio Mercandino di "Repubblica" è dedicata ad Alfredo Schiavi (nella foto) nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno.

Le mani si muovono veloci e impercettibili, in una danza sospesa sopra un cassetto di legno diviso in tantissimi scomparti di diverse dimensioni. Le dita seguono un copione noto, spostandosi con esattezza da uno scomparto all’altro, silenziose e leggere, instancabili, precise. Con il loro movimento misterioso, che poco a poco riempie gli scomparti restituendo un ordine sistematico al disordine apparente della mescolanza, tradiscono un sapere che le guida come la mano guida la penna su un foglio.
Sembra quasi che scrivano, quelle dita. E infatti è proprio ciò che fanno. Scrivono alla rovescia, compiendo il piccolo miracolo impossibile a chi, dopo aver parlato, vorrebbe far tornare indietro le parole. Quelle dita prendono le frasi e, lettera per lettera, accarezzandole con i polpastrelli grigi, le riportano indietro, rimettendole in scatola. E scrivono alla rovescia non solo perché scompongono ogni riga e la restituiscono al suo alfabeto di piombo, dall’ultima lettera alla prima, ma anche perché manipolano lettere speciali, lettere al contrario. Sono caratteri tipografici, e la loro casa è la cassa tipografica: quel cassetto di legno che ogni giorno fa da palcoscenico silenzioso alla danza misteriosa delle mani del maestro.
Il maestro indossa un camice nero, ha gli occhi chiari, le labbra carnose da un angolo delle quali sale un filo di fumo della sigaretta, un’infinita pazienza e un forziere di segreti. Non si arrabbia mai e non alza mai la voce. Persino il principale, che tratta gli altri dipendenti con distacco e un po’ di sbrigativa autorità, con lui si fa rispettoso e attento, traducendo gli ordini in richieste di favori.
A un paio di metri dal maestro c’è un altro camice nero, nuovo, non ancora liso né deformato dall’uso ai gomiti e alle tasche, più piccolo e un po’ intimidito: il mio. È l’estate del 1977 e, approfittando delle vacanze e della raccomandazione di mio padre, per due mesi lavoro part time in una tipografia di Borgo Vittoria. Due mesi non sono tanti, tuttalpiù ti permettono di sbirciare un mondo sconosciuto da una porta socchiusa. Ma è il maestro a tenerla aperta e a mostrarmi dall’altra parte un piccolo universo affascinante.
Inizio dedicando ore alla pulizia dei blocchetti d’alluminio su cui si incollano i cliché fotografici: ogni blocchetto va strofinato energicamente, a lungo, ai limiti dell’anchilosi, su una superficie di cartone imbevuta di petrolio, fino a eliminare ogni traccia del nastro biadesivo che con il suo impercettibile spessore potrebbe alterare le stampe successive. Imparo che cosa sono i punti e le linee tipografiche, il corpo e la forza di un carattere, apprendo che il sostegno a squadra su cui si allineano i caratteri si chiama “vantaggio”, pulisco i pavimenti, rilego i fascicoli con la spillatrice meccanica. Un giorno vengo spedito alla taglierina, impressionante per precisione e potenza, che pare sempre sul punto di divorarti una mano. Vedo nascere una pagina attraverso l’assemblaggio delle righe prodotte alla linotype, delle immagini montate in negativo su quei famigerati blocchetti, degli spessori necessari per creare gli spazi, dei titoli composti a mano. Imparo a usare il tirabozze per stampare le prime pagine di prova, vedo trasformare quelle bozze in matrici offset che poi gireranno dentro grandi macchine che mangiano rotoli di carta e inchiostro denso di vari colori per restituire pagine di giornali, manifesti, dépliant, riviste, libretti e tutto ciò che d’altro si può stampare.
Il maestro mi porta un libro che racconta la storia della stampa, dagli incunaboli alle gigantesche rotative dei quotidiani, e mi sembra quasi un rito d’iniziazione. Leggo quelle pagine come fossero una bibbia, il libro segreto dei simboli di un mestiere. Lui mi insegna la distribuzione dei caratteri nella cassa tipografica, con la “A” quasi al centro e le altre lettere disseminate qua e là in una finta casualità: grazie a lui comincio anch’io a “scrivere al contrario”, smontando i titoli e rimettendo a dormire vocali e consonanti. Al contrario mi fa anche imparare a leggere: non da destra a sinistra, come normalmente ci si aspetterebbe con la scrittura bustrofedica, ma da sinistra a destra e dal basso in alto, con la pagina capovolta, come invece scoprirò (con una certa sorpresa) essere più pratico e veloce.
Il maestro mi manda in linotipia a consegnare le righe di piombo sbagliate e a ritirare quelle corrette, e lì resto affascinato a guardare quelle specie di macchine per scrivere dalla tastiera enorme, altissime, che ticchettano come una telescrivente accompagnata da un rumore di tramoggia, in cima alle quali si allineano i calchi dei caratteri e in fondo alle quali escono le righe di piombo ancora caldissimo dopo la fusione, capace di riempire l’aria con il suo odore caratteristico e indescrivibile di metallo morbido.
Il maestro riconosce alla prima distratta occhiata l’esatta misura di ogni spessore: un punto, due punti, mezza linea, due linee; ci vuole occhio, esercizio, abitudine, lui mi sembra un mago mentre io continuo a sbagliare; alla fine dei due mesi sarò fiero di azzeccarne la metà senza bisogno di confrontarli. Il maestro non perde mai la pazienza, neppure quando la pagina di piombo va in “baracca” spargendo righe e caratteri ovunque e costringendolo a rifare il lavoro e a rimettere tutto a posto con una legatura più stretta.
Il maestro sa insegnare, e lo fa soprattutto quando non parla. Dà l’esempio senza dare lezioni. Fa mille cose. Ed è giovanissimo. E infatti oggi, a 34 anni da quell’esperienza tra i banchi di una tipografia, se penso ai suoi entusiasmi e alle mie disillusioni, al suo fresco pragmatismo e alle mie stanche incertezze, mi sembra che il tempo sia passato solo per me. Non so se sono stato un buon allievo – non penso tanto al mestiere di tipografo, quanto al modello di persona che il maestro propone con il suo semplice esserci – ma quell’estate mi è davvero rimasta nel cuore come un dolce ricordo. Un ricordo che oggi, mentre Alfredo si accinge a spegnere 85 candeline, gli restituisco sperando di strappargli un sorriso.
Claudio Mercandino

sabato 8 gennaio 2011

RELIGIONE E RIFLESSIONE


Non me ne vogliano gli amici e compagni credenti ( a qualsiasi religione) se affermo il mio purtroppo progressivo convincimento che avesse ragione il nostro caro filosofo Carl Marx quando affermava che le religioni sono “l’oppio dei popoli” . Mi riferisco ovviamente in maniera più puntuale al fanatismo religioso ma ciò non toglie che comunque quando domina l’irrazionalità nel pensiero e nell’educazione ( ed in forma più o meno accentuata tutte le religioni sono irrazionali) il percorso verso il fondamentalismo è l’intransigenza è comunque tracciato e purtroppo anche gli enormi comportamenti virtuosi che molti credenti praticano, non riescono a ridurne lo scandaloso dilagare.
Lo dice da millenni la storia ,lo conferma sempre di più il presente con le carneficine, sempre dei più deboli, oramai quotidiane che stanno divenendo una guerra continua sempre in nome di qualche Dio.
II guaio peggiore è che anche nei popoli più acculturati è sempre la religione che viene utilizzata come mantello per oscurare e creare alibi alla malvagità del potere, comunque motivato, e non nascondiamoci il fatto che invocando i vari dei , anche quelli dei cristiani , sono stati compiuti i peggiori misfatti dell’umanità, dalle crociate al “ got mitt uns”.
Quindi sempre di più l’esperienza di vita mi fa apprezzare la visione filosofica di Marx sulla realtà della condizione umana , anche su quella data per definitivamente sconfitta con la caduta dei regimi socialisti che proprio perche si sono trasformati in regimi avevano man mano perso il vero significato dettato dalla filosofia marxiana della quale mi piace ricordare una sua frase emblematica che sposo totalmente: “Auspico una società nella quale il libero sviluppo del singolo è il presupposto per il libero sviluppo di tutti”. Quando poi in quelle società nate da giuste rivoluzioni è avvenuto esattamente il contrario, sacrificando totalmente la libertà dei singoli ad una visione totalizzante della collettività , si sono visti i risultati.
Ma che dire della contrapposta società capitalistica oggi apparentemente trionfante? Quali drammatici prezzi fa pagare a moltissimi a favore di pochissimi ?
Ma allora quale è la più consona soluzione per organizzare una comunità migliore alla quale rivolgere i nostri sforzi morali, culturali, materiali?
Francamente non so dare una risposta certa, così come mi trovo purtroppo sempre più spesso a dubitare sull’interpretazione che si dà alla Democrazia che oramai qui da noi è interpretata dai poteri economico, politico e burocratico come mero permissivismo di proprio comodo.
E’ giusto che il voto di un mafioso o di un evasore fiscale conti come quello di un giudice?
Certo anche Churchill diceva che la democrazia è un pessimo sistema di governo ma non ne conosceva uno migliore, ma possibile che non si possa mettere al riparo da tutte le degenerazioni cui assistiamo continuamente l’espressione della corretta volontà dei cittadini?
Concludo qui questa libera riflessione che certamente susciterà un vespaio nel nostro debole PD, credo che nessuno sia veramente in grado di dare risposte operabili al problema se non quelle di lavorare culturalmente per migliorare i comportamenti dei cittadini tutti, ma permettetemi di affermare che per ottenere qualche progresso oltre alla “carota” si dovrebbe trovare un modo più efficiente e produttivo anche per l’uso del “ bastone” per i furbastri ! Alrimenti come da sempre vinceranno loro! 
S. Leonardo.

domenica 12 dicembre 2010

IL MANTRA DEL LEADER ELETTO DAL POPOLO

Si ripete in continuazione il mantra ossessivo del leader eletto dal popolo, argomentando dal fatto che il nome “Berlusconi” figurava nel logo della coalizione vincente alle elezioni del 2008. L’assunto che ne consegue, da parte dei partiti al governo, è che Silvio Berlusconi è l’unico soggetto legittimato alla guida dell’esecutivo, per cui qualsiasi altro governo che non fosse da lui presieduto sarebbe un tradimento della volontà popolare e un grave strappo alla democrazia.
Si tratta di un chiara applicazione di quella tecnica mistificatoria che Irving Lee ha definito “la menzogna organizzata”, e davvero sorprende che nessuno (o quasi) vada a denunciare il trucco fin troppo scoperto.
Premesso che non è affatto vero che nelle elezioni del 2008 Berlusconi abbia ottenuto il consenso della maggioranza degli italiani, ciò che solitamente si proclama come verità assoluta e incontestabile (di fatto al PDL è andato il 37,4 per cento dei voti e complessivamente il 46,8 per cento alla coalizione di centrodestra, a fronte del 53,2 per cento totalizzato dall’insieme delle liste  di opposizione, per cui la larga maggioranza di cui Berlusconi finora beneficiato in parlamento è semplicemente il frutto della legge elettorale “porcata”), va obiettivamente puntualizzato che il chiaro disposto della L. 21.12.2005 n.270 non consente l’interpretazione forzata del voto popolare sostenuta capziosamente dal centrodestra. L’articolo 52 di quella legge prevede infatti testualmente che “i partiti e i gruppi politici” eventualmente collegati fra loro in coalizione, con il deposito del loro programma elettorale “dichiarano il nome e il cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica o della coalizione”, precisando peraltro che “restano salve le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione”.
Il deposito del nome collegato al programma elettorale non ha quindi altro scopo che l’indicazione del capo del partito o della coalizione, con preclusione di ogni altro effetto, in particolare quello di una designazione anticipata del futuro capo del governo, in conseguenza dell’espresso richiamo operato dalla legge alle prerogative del Presidente della Repubblica e alla norma costituzionale che le prevede.
Viene così ad essere riaffermato dalla stessa legge elettorale vigente il dato incontrovertibile del nostro ordinamento, avvalorato da una pluridecennale prassi costituzionale, che vede il ruolo di capo del governo, quale viene a determinarsi attraverso accordi definiti in sede parlamentare e quindi sottoposti al presidente della Repubblica in vista della sua decisione, come nettamente distinto e del tutto indipendente dalla leadership del partito o della coalizione vincente in esito alle elezioni.
Ben raramente infatti, nella nostra storia repubblicana, la direzione del governo risulta essere stata affidata al leader del partito o della coalizione di maggioranza. Ricordiamo che dal 1947, durante i governi De Gasperi, alla guida della DC si avvicendarono Attilio Piccioni e Giuseppe Cappi. Nei successivi decenni si affermò la regola consolidata per cui la presidenza del consiglio dei ministri veniva sistematicamente considerata alternativa alla leadership del partito di maggioranza. Nei governi cosiddetti di coalizione si verificò più volte che al vertice dell’esecutivo andassero personalità di partiti diversi da quello di maggioranza. Un caso particolare fu quello di Giovanni Goria, figura non di primissimo piano nel suo stesso partito, chiamato alla guida del governo nel 1987. Nei tempi più recenti, fra il 1998 e il 2001 si succedono a Palazzo Chigi le presidenze di D’Alema e Amato benché nel logo della coalizione di maggioranza fosse stato indicato il nome di Prodi. E a riprova di una prassi ininterrotta, nel 2008, dopo la caduta del governo Prodi, il presidente della Repubblica, prima di disporre lo scioglimento anticipato delle Camere, affida al senatore Marini un mandato esplorativo circa la possibilità di costituire un nuovo governo a termine per la modifica della legge elettorale.  
Ne consegue l’assoluta infondatezza, sul piano costituzionale e alla luce della consolidata esperienza democratica del nostro Paese, la pretesa che in caso di caduta dell’attuale governo non sia consentito esperire un tentativo volto alla formazione di un nuovo governo, sostenuto eventualmente anche da una nuova maggioranza, risultando inevitabile lo scioglimento delle Camere con immediato ricorso a nuove elezioni.
Per altro verso, la possibilità di un cambio di maggioranza in corso di legislatura è implicita nel disposto dell’art. 67 della Costituzione per cui “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”: ciò significa che il parlamentare è  libero di (nonché tenuto a) orientare le sue decisioni e le sue scelte in base a ciò che di volta in volta egli ritiene nell’interesse dei cittadini e non già in ottemperanza ad un vincolo di partito o in ragione dell’ appartenenza, definita una volta per tutte, a un determinato schieramento. E questo non costituisce una particolarità italiana ma è invece un principio base della democrazia parlamentare.  
In conclusione, la legge elettorale che prevede l’indicazione del nome del capo del partito o della coalizione nel logo che a questi si riferisce non intende né potrebbe modificare la Costituzione e le sue regole di base. Vero è che i proponenti della legge avevano posto nel progetto originario una formula per cui l’indicazione del nome nel logo veniva ad assumere il significato di una designazione a candidato premier, ma quel tentativo era dovuto rientrare per il fermo richiamo al rispetto dei principi costituzionali da parte del presidente Ciampi. Occorre ora opporsi con forza a quelli che cercano di far rientrare surrettiziamente dalla finestra ciò che non sono riusciti a far passare dalla porta.
Ugo Genesio
 

lunedì 6 dicembre 2010

CONSIDERAZIONI... TELEVISIVE

Ci sono problemi nelle trasmissioni Tv causa il digitale ed altro. Io non sono fruitore della Tv se non in casi di documentari o eventi eccezionali... Riporto uno scritto di P. P. Pasolini del 30 gennaio 1975 pubblicato sul "Corriere della Sera" e che personalmente condivido : "Quanto alla televisione, la mia proposta radicale
è questa: bisogna rendere la televisione partitica e cioè, culturalmente, pluralistica. E' l'unico modo perché essa perda il suo orrendo valore carismatico, la sua intollerabilile ufficialità. Inoltre, i partiti - come è ben noto - si sbranano all'interno della televisione, dietro le quinte, dividendosi (finora abiettamente) il potere televisivo. Si tratterebbe dunque di codificare e di portare alla luce del sole questa situazione di fatto: rendendola così democratica. Ogni partito dovrebbe avere diritto alle sue trasmissioni in modo che ogni spettatore sarebbe chiamato a criticare ed a scegliere, cioè ad essere coautore, anziché essere un tapino, che vede ed ascolta, tanto più represso quanto più adulato. Ogni partito dovrebbe avere il diritto di avere il proprio telegiornale... perché lo spettatore possa scegliere le notizie e confrontarle con le altre, cessando quindi di subirle...". 

Proprio oggi vi è stata una dimostrazione di quanto sia "allusiva" la TV. Il TG2 delle 13: "Ricorre oggil'anniversario della morte di 12 PERSONE alla ThissenKrupp di Torino"... Uno sprovveduto si chiede se erano PERSONE che passavano accanto a questa fantomatica ThissenKrupp e sono state investite
dal crollo delle mura come a Pompei... o se erano, come erano, OPERAi che lavoravano ai forni all'interno della fabbrica... Se vogliamo parlare di Televisione e dei suoi influssi diretti ed indiretti sulle nostre menti e convinzioni...  parliamone qui, anche. Grazie.
Alfredo Schiavi